domenica, novembre 26, 2006

La mediazione: una proposta attiva per il potenziamento delle risorse personali


Feuerstein ritiene che il ruolo dell'educatore sia essenziale per l'equilibrato sviluppo dell'individuo. Nella prefazione del suo libro "Non accettarmi come sono"(edizioni Sansone):
afferma:

Crediamo che l'intervento dell'educatore, sia esso genitore, insegnante o allenatore dovrebbe essere, e spesso è, la componente più efficace nell'educazione di un bambino.

Per aiutare le persone che sono coinvolte in una relazione di aiuto (genitori, insegnanti, educatori, psicologi, pedagogisti, terapisti e via dicendo) ha strutturato i suoi suggerimenti relazionali suddividendoli in dodici aspetti che ha chiamato: I criteri della mediazione.
Nell'articolo già inserito nel blog abbiamo visto il primo: Intenzionalità e reciprocità, oggi parliamo della Mediazione del Significato

Mediazione del Significato
Lo sviluppo della motivazione, ovvero la disponibilità ad imparare ed a cambiare – in pratica ad essere pronti a far tesoro della mediazione – si ottiene quando si dà un rilievo particolare al messaggio che si sta inviando, quando il mediatore trasmette il significato e gli obbiettivi di un’attività.

Che cosa può rendere particolarmente importante un messaggio?
Il fatto di essere collegato con i valori e gli ideali prevalenti nella famiglia, nella scuola, nel gruppo sociale di appartenenza del soggetto: il mediatore mostra interesse e coinvolgimento emotivo, discute l’importanza e rende chiara la comprensione del perché l’attività viene svolta.

È come se fornisse al soggetto una chiave di lettura che facilita la comprensione dell’ambiente:
la chiave sblocca ed interpreta il contesto culturale in cui egli è inserito. Il significato è ciò che arricchisce un’esperienza al di là del suo senso immediato.
Feuerstein ritiene che sia diritto di tutti ricevere esperienze di mediazione del significato e dovere del mediatore provvedere affinché ciò avvenga. Benché il mediatore possa scegliere di non imporre in maniera consapevole i propri valori, è inevitabile che in qualche misura ciò succeda ugualmente. Tuttavia, in assenza di mediazione del significato la capacità di comprendere gli avvenimenti risulta ridotta e, di conseguenza, anche la capacità di valutare in maniera critica le situazioni in cui si è inseriti, quindi di poter scegliere i valori in cui credere.
Il significato è il principio emozionale ed energetico che richiede al mediatore di assicurarsi che gli stimoli che sta presentando stiano raggiungendo il loro obiettivo. E’ l’ago che porta il filo attraverso la stoffa.

Il significato è mediato investendo di importanza l’attività che si svolge, sia a livello cognitivo che a livello affettivo:
- valori e convinzioni sono trasmessi dal livello cognitivo.
- Energia ed entusiasmo sono trasmessi dal livello affettivo.

Viviamo in un mondo che non capiamo: utilizziamo computer, televisione, telefono e mille altre elementi frutti di una tecnologia avanzata che sfugge alla comprensione della maggior parte degli adulti. I bambini si abituano a dare per scontato che le cose esistono e si gestiscono senza bisogno di approfondirne il perché. Passano ore davanti agli schermi che inviano immagini terrificanti che non toccano i loro sentimenti, non li colpiscono e non li fanno riflettere “tanto sono per finta”; quando immagini ancora più terrificanti vengono trasmesse dai telegiornali o da documentari non hanno più la possibilità di giungere alla loro sfera affettiva perchè ormai sono anestetizzati dall’ abitudine.

Alcune considerazioni ci aiutano a riflettere sull’importanza della relazione educativa per lo sviluppo del bambino.

- Quando l’adulto dà significato a ciò che fa, predispone il bambino a desiderare ed a sentire il bisogno di ricercare il significato di ogni aspetto della vita.
- Il processo che porta ad investire di significato le attività stimola a porre domande e crea le basi per ogni ulteriore ricerca e per le future sfide che la vita inevitabilmente pone.
- Senza una profonda comprensione dell’ambiente in cui si è inseriti, non si può rispondere agli stimoli esterni, né per accettarli né per trasformarli né per rifiutarli: ci si trova privi degli strumenti essenziali a desiderare l’acquisizione delle competenze che rendono protagonisti della propria vita.
- Se non si riceve mediazione del significato si viene privati della possibilità di accedere a stimoli arricchenti sia cognitivamente che affettivamente.

Il significato può essere mediato attraverso il linguaggio verbale, fornendo chiarimenti e spiegazioni, promuovendo la curiosità e la formulazione di domande con lo scopo di arricchire il bagaglio di interessi. A volte può essere mediato in modo ancora più efficace attraverso la comunicazione non verbale che giunge diretta alla sfera emozionale. Si possono enfatizzare le emozioni, si può dare rilievo al tono di voce, all’espressione del viso esprimendo in maniera molto esplicita il proprio sentimento di gioia, di tristezza, di sorpresa, di meraviglia o di timore, si può ricercare il contatto visivo o quello fisico (una carezza, una mano sulla spalla, un abbraccio) creando aspettative, interesse ed attesa nei confronti di un’esperienza importante programmata per il futuro.

La mediazione del significato è uno dei pezzi del puzzle che compone l’esperienza dell’ insegnamento mediato. Il primo pezzo del puzzle, la mediazione dell’intenzionalità e della reciprocità, concerne la selezione e la sottolineatura di un’attività o di un oggetto. La mediazione del significato porta a caricare l’attività di un valore e di un’energia che la rendono particolarmente significativa. La presenza di ambedue è richiesta perché si possa parlare di apprendimento mediato secondo il pensiero di Feuerstein.

Tratto da: Scuola materna per l'educazione dell'infanzia Jael kopciowski

Casa editrice "La Scuola" Brescia





martedì, novembre 14, 2006

mercoledì 29 novembre ore 17,30

Mercoledì 29 novembre ore 17,30
presso la sede
del Collegio degli Infermieri di Trieste - IPASVI
via Roma 17 - TRIESTE



nell'ambito del proprio ciclo di conferenze mensili aperte a tutti


Una chiave per la mente
Istituto per lo Sviluppo e l'Integrazione

presenta la conferenza sul tema

"Feuerstein e Feldenkrais, due strade per un solo obiettivo:
la consapevolezza di sé per migliorarsi"


La mediazione al servizio del benessere psicofisico
Integrazione tra azione, pensiero ed emozione
La salute come capacità di apprendere e trovare soluzioni


DESTINATARI DEL CORSO
Quanti si occupano di processi educativi e di attività motoria


335-7536801 info@mediazione-feuerstein.it



Il Metodo Feldenkraisâ è un sistema d’educazione somatica che unisce intelligenza e creatività, consapevolezza ed armonia, intuizione ed estetica, una scienza e una poesia del corpo in movimento e della mente in azione.
L’interesse è portato sulla possibilità di sviluppare il potenziale umano che partendo da condizionamenti ambientali coinvolge il corpo e la mente. L’approccio è completamente indirizzato a legare continuamente lo schema corporeo, il vissuto corporeo e il vissuto psichico.
I benefici che si possono ottenere attraverso la sua pratica sono:

- fiducia nelle proprie possibilità e capacità, sia nei confronti di se stessi (aumento della stima di sé) che nel rapporto con gli altri (possibilità comunicative)
- riequilibrio psicosomatico.
- riduzione del dolore e maggiore benessere psicofisico;
- miglior postura e portamento;
- semplicità ed efficacia nelle azioni quotidiane;
- maggiore consapevolezza e miglioramento dei processi psicomotori;

Condivide con Feuerstein la convinzione che sia sempre possibile aiutare le persone, in particolare quelle in difficoltà, a cambiare, a modificarsi positivamente per raggiungere una migliore qualità della vita. In campo motorio, come in quello educativo, il ruolo di chi guida l’attività è fondamentale per far giungere l’individuo alla consapevolezza di sé ed al massimo dell’autonomia possibile. I concetti di ambiente modificante e di mediazione, caratteristici del pensiero di Feuerstein, si adattano perfettamente alle strategie operative ed alla filosofia di base di Feldenkrais



Moshe Feldenkrais
Moshe Feldenkrais nasce nel 1904 in Bielorussia da famiglia ebrea. A quattordici anni lascia scuola e famiglia per emigrare tutto solo, unico ragazzo in un gruppo di adulti, in Palestina[1], allora occupata dagli inglesi.
Riprende gli studi ormai adulto; si laurea in Fisica applicata e in Ingegneria meccanica ed elettrica alla Sorbona di Parigi, dove diventa collaboratore di Frédéric Joliot- Curie nella ricerca delle particelle subatomiche.
Nel frattempo incontra Jigoro Kano, con cui inizio lo studio del judo, conseguendo, primo in Europa, la cintura nera.
Costretto a fuggire da Parigi nel 1940 si rifugiò in Inghilterra. Dopo la guerra si trasferì a Londra, dove, mentre continuava a lavorare come ingegnere e fisico ricercatore, prosegue con i suoi studi su un nuovo approccio al movimento, che, a causa dell’aggravarsi di una vecchia lesione al ginocchio, aveva cominciato a sperimentare su di sé. I risultati da questi studi ed esperimenti diventeranno in seguito il Metodo.
All’inizio degli anni ’50 ritorna in Israele dove insegna le sue scoperte a molte persone e anche a Ben Gurion, primo ministro e fondatore di Israele.
Fino alla sua morte, avvenuta nel 1984, tenne conferenze e corsi in tutto il mondo, insegnando a milioni di persone di tutte le età, razze e culture, sane e malate, come riprendere il loro sviluppo personale e a riconquistare libertà ed autonomia.


[1] all’epoca non era ancora stato fondato lo stato di Israele né altri stati indipendenti. La popolazione ebraica ivi residente ha affiancato l'esercito inglese durante la seconda guerra mondiale formando un ramo dell'esercito chiamato Brigata Palestinese. La popolazione araba affiancava, al contrario, l'esercito nazista.


Valentina Mariola

Laureata in Educazione motoria preventiva ed adattata presso l’Università degli studi di Pavia, è ora allieva in formazione nel corso per insegnanti del Metodo Feldenkraisâ. Ha ottenuto inoltre il diploma di primo livello del corso di formazione Feuerstein.
Impegnata in ambito sportivo fin da piccola, ha praticato per dieci anni il canottaggio agonistico, ottenendo risultati di alto livello sia in campo nazionale che internazionale, quale membro della squadra nazionale per sette anni di seguito (10 titoli nazionali ed una medaglia nel campionato del mondo under 23 nel 2000). Ha, inoltre, fatto parte del gruppo olimpico per il quadriennio 2000-2004.
Attualmente insegna a persone di tutte le età e formazioni, puntando all’acquisizione del benessere attraverso attività fisica ed il fitness. Continua, inoltre, nella trasmissione dei suoi principi sportivi allenando una squadra di canottaggio.

mercoledì, novembre 08, 2006

Che cos'è l'intelligenza?






Che cos’è l’intelligenza, quale definizione possiamo darne?
Qual è la sua funzione nell’ambito complessivo del comportamento umano? In quale misura incide sul benessere psicofisico dell’individuo?
Quali sono le sue origini, come si crea, quali condizioni ne causano l’insorgere?
Che cosa provoca una varietà così ampia di modalità operative, in termini sia qualitativi che quantitativi?
Quali sono le condizioni che ne facilitano lo sviluppo ed il potenziamento e quali, al contrario, gli elementi la cui presenza o la cui assenza crea delle barriere al processo di reciproco adattamento tra ambiente e persona?”
Questo aspetto operativo è proprio quello che più ci interessa, se optiamo per un approccio interattivo e riteniamo che l’intelligenza sia un processo in continuo movimento, e non un tratto stabile ed immodificabile della personalità.
Sono interrogativi profondi a cui è difficile dare risposte certe e categoriche, ma sono interrogativi fondamentali nell’approccio educativo con la personalità, ancora in formazione, della prima infanzia. L’idea che si ha dello sviluppo umano incide in modo determinante sulle strategie che si adottano e sulle modalità di interazione che si stabiliscono all’interno del proprio ambiente.

Posti gi interrogativi è necessario individuare valide risposte che permettano l’instaurazione di un ambiente affettivo, accogliente, stabile, ma non statico ed “accettante”, in passiva attesa di uno sviluppo automatico e prestabilito. La crescita può essere facilitata da un contesto attivo e stimolante, capace di leggere i bisogni di ogni singolo individuo e di fornire risposte adeguate e propositive.

L’intelligenza non è un fattore predeterminato e rigidamente stabile, ma un elemento passibile di evoluzione, modificabile in senso positivo grazie ad una corretta interazione con l’ambiente. L’intelligenza è caratterizzata dalla plasticità è può essere definita come “un processo sufficientemente esteso da comprendere un’ampia varietà di fenomeni che hanno in comune gli aspetti dinamici ed i meccanismi dell’adattamento”
Basandosi su questi presupposti, obiettivo di un buon educatore è il miglioramento della qualità della vita, attraverso il potenziamento delle abilità cognitive e relazionali. L’intervento dell'adulto è, quindi, fondamentale.
Entrare in sintonia con i bambini di cui ci si occupa, valorizzando la sfera emotiva del rapporto intersoggettivo, è il presupposto che permette agli aspetti cognitivi di trovare il terreno adatto alla crescita.

L’affettivo è il canale attraverso cui il cognitivo passa.
I bambini non imparano per concetti astratti e ragionamenti puramente razionali, ma per sentimenti e partecipazione.

Possiamo trarre qualche suggerimento utile a strutturare l’ambiente educativo dal pensiero di Reuven Feuerstein, psicologo e pedagogista molto attento al valore umano del rapporto formativo e profondamente convinto, grazie sia ad esperienze pratiche che a studi teorici, della plasticità della mente umana. Feuerstein esplicita le condizioni che permettono la modificazione positiva e fornisce indicazioni riguardanti l’ambiente in cui operare, l’approccio educativo da instaurare e predisponendo esercitazioni pratiche, utili all’individuazione ed al superamento di eventuali carenze cognitive.
La modificabilità non è il semplice riflesso a stimoli esterni o una risposta a cambiamenti interni quali per esempio la crescita: è soprattutto il risultato di una serie di atti volontari e consapevoli che possono e, in alcuni casi devono, essere guidati da una persona esterna che si pone quale “mediatore” tra soggetto ed ambiente. L’organismo umano, esposto ad un’esperienza di apprendimento mediato, è in grado di modificare in maniera stabile il proprio stile cognitivo, le proprie funzioni di base quali, ad esempio, memoria, capacità attentiva, comportamento Che cos’è l’intelligenza, quale definizione possiamo darne?
Qual è la sua funzione nell’ambito complessivo del comportamento umano? In quale misura incide sul benessere psicofisico dell’individuo?
Quali sono le sue origini, come si crea, quali condizioni ne causano l’insorgere?
Che cosa provoca una varietà così ampia di modalità operative, in termini sia qualitativi che quantitativi?
“Quali sono le condizioni che ne facilitano lo sviluppo ed il potenziamento e quali, al contrario, gli elementi la cui presenza o la cui assenza crea delle barriere al processo di reciproco adattamento tra ambiente e persona?”
Questo aspetto operativo è proprio quello che più ci interessa, se optiamo per un approccio interattivo e riteniamo che l’intelligenza sia un processo in continuo movimento, e non un tratto stabile ed immodificabile della personalità.
Sono interrogativi profondi a cui è difficile dare risposte certe e categoriche, ma sono interrogativi fondamentali nell’approccio educativo con la personalità, ancora in formazione, della prima infanzia. L’idea che si ha dello sviluppo umano incide in modo determinante sulle strategie che si adottano e sulle modalità di interazione che si stabiliscono all’interno del proprio ambiente.

Posti gi interrogativi è necessario individuare valide risposte che permettano l’instaurazione di un ambiente affettivo, accogliente, stabile, ma non statico ed “accettante”, in passiva attesa di uno sviluppo automatico e prestabilito. La crescita può essere facilitata da un contesto attivo e stimolante, capace di leggere i bisogni di ogni singolo individuo e di fornire risposte adeguate e propositive.

L’intelligenza non è un fattore predeterminato e rigidamente stabile, ma un elemento passibile di evoluzione, modificabile in senso positivo grazie ad una corretta interazione con l’ambiente. L’intelligenza è caratterizzata dalla plasticità è può essere definita come “un processo sufficientemente esteso da comprendere un’ampia varietà di fenomeni che hanno in comune gli aspetti dinamici ed i meccanismi dell’adattamento”
Basandosi su questi presupposti, obiettivo di un buon educatore è il miglioramento della qualità della vita, attraverso il potenziamento delle abilità cognitive e relazionali. L’intervento dell'adulto è, quindi, fondamentale.
Entrare in sintonia con i bambini di cui ci si occupa, valorizzando la sfera emotiva del rapporto intersoggettivo, è il presupposto che permette agli aspetti cognitivi di trovare il terreno adatto alla crescita.





Possiamo trarre qualche suggerimento utile a strutturare l’ambiente educativo dal pensiero di Reuven Feuerstein, psicologo e pedagogista molto attento al valore umano del rapporto formativo e profondamente convinto, grazie sia ad esperienze pratiche che a studi teorici, della plasticità della mente umana. Feuerstein esplicita le condizioni che permettono la modificazione positiva e fornisce indicazioni riguardanti l’ambiente in cui operare, l’approccio educativo da instaurare e predisponendo esercitazioni pratiche, utili all’individuazione ed al superamento di eventuali carenze cognitive.
La modificabilità non è il semplice riflesso a stimoli esterni o una risposta a cambiamenti interni quali per esempio la crescita: è soprattutto il risultato di una serie di atti volontari e consapevoli che possono e, in alcuni casi devono, essere guidati da una persona esterna che si pone quale “mediatore” tra soggetto ed ambiente. L’organismo umano, esposto ad un’esperienza di apprendimento mediato, è in grado di modificare in maniera stabile il proprio stile cognitivo, le proprie funzioni di base quali, ad esempio, memoria, capacità attentiva, comportamento comparativo; discostandosi in maniera anche significativa, dallo sviluppo atteso.
Quindi, secondo la teoria della modificabilità e della mediazione, all’origine delle funzioni mentali più elevate troviamo il processo di apprendimento in cui il ruolo dell’educatore è fondamentale. Il mediatore deve essere in grado di individuare, scegliere, predisporre alcuni degli stimoli che raggiungono il soggetto, in modo tale da farli diventare accessibili alla sua comprensione. Evidentemente non si porrà come una barriera tra il mondo ed il soggetto, filtrando tutto ciò che gli giunge dall’ambiente, il suo ruolo è proprio quello di individuare quali stimoli hanno bisogno di essere adattati per renderli utilizzabili nel migliore dei modi, e di focalizzare l’attenzione del bambino stesso sui dati rilevanti, suscitando in lui attenzione, presa di coscienza, consapevolezza. L’obiettivo finale di un buon mediatore è quello di scomparire, cioè di portare il soggetto a raggiungere un’autonomia tale da non aver più bisogno di essere guidato dall’esterno. Il mediatore è come il supporto che si fornisce ai giovani alberi appena piantati, indispensabile a sostenerli e ripararli finché sono fragili e delicati, o se si trovano in ambienti particolarmente esposti, ma soffocante se non viene gradatamente adeguato alle esigenze ed eliminato nel momento in cui non serve più.
Nell’esperienza di apprendimento mediato è basilare che le persone che si occupano del bambino siano consapevoli del ruolo che coprono ed agiscano seguendo alcuni criteri di mediazione che condizionano positivamente le sue capacità di modificare strutturalmente il proprio potenziale cognitivo.
Il primo, essenziale, elemento che il mediatore deve prendere in considerazione è la rilevanza del proprio ruolo all’interno di un’interazione che prevede una reciproca influenza tra le parti. E’ ciò che Feuerstein chiama “Intenzionalità e reciprocità”

Intenzionalità e reciprocità
Si ottiene la mediazione dell’intenzionalità quando si guida deliberatamente l’interazione verso l’obiettivo, selezionando, mettendo in rilievo ed interpretando determinati stimoli.
La reciprocità si verifica quando c’è una buona risposta da parte del soggetto e l’indicazione che è recettivo e coinvolto nel processo di apprendimento. E’ assodato che i bambini si legano affettivamente con maggiore intensità proprio alle persone che li aiutano a crescere ed a raggiungere autonomia di azione e di pensiero.
Per apprendere è necessario essere in grado di dare il giusto peso alla miriade di sollecitazioni che continuamente giungono ai nostri sensi ed isolare gli elementi utili alla risoluzione del problema utilizzandoli in modo corretto. Quando il mediatore guida il soggetto affinché interpreti l’ambiente (intenzionalità) in modo da ottenere una risposta (reciprocità), è come se ponesse di proposito una lente di ingrandimento su un particolare stimolo per renderlo più visibile e distinguibile dagli altri. L’intensificazione dello stimolo cattura l’attenzione del soggetto producendo “uno stato di vigilanza” nei confronti del contesto.
La semplice intenzione di intervenire non garantisce che si ottenga attenzione. E’ come scrivere un bellissimo libro con il rischio che nessuno lo legga o pronunciare interessantissimi discorsi in una lingua che non si sa se gli interlocutori conoscono. E’ solo la reciprocità che ci assicura di essere seguiti e capiti e ci fornisce le indicazioni utili ad adattare il nostro comportamento alle effettive esigenze di chi ci ascolta.
Per garantire la reciprocità il mediatore deve cercare attivamente l’attenzione del soggetto. E’ utile fare in modo che la comunicazione sia immediata e di facile comprensione. Catturiamo l’interesse del bambino mettendoci alla sua altezza in tutti i sensi, sia fisico, per esempio chinandoci per poterlo guardare negli occhi, sia mentale, utilizzando un linguaggio piano e sereno e facendo riferimento a contenuti alla sua portata. Se cerchiamo il contatto attraverso una carezza o una mano sulla spalla e utilizziamo una modalità plurisensoriale abbiamo maggiori probabilità di successo perché il cervello lavora meglio se vengono coinvolti più sensi e se c’è una partecipazione affettiva. Assicuriamoci, attraverso per esempio una domanda, che abbiano capito e rendiamoli attivi e propositivi nella pianificazione delle loro attività. Farli sentire responsabili del proprio operato è la strada migliore per ottenere il massimo impegno; l’autonomia comporta il pericolo dell’errore, ma in campo educativo è necessario, a volte, saper correre dei rischi.

I bambini sono pronti a cogliere i nostri messaggi se noi sappiamo inviarli nella giusta maniera.



“Volto immobile”

In un esperimento condotto da Tronick vennero registrate su videocassette le interazioni di alcune madri con i rispettivi figli di tre mesi. Ogni madre si avvicinava al bambino nel modo abituale ma, all’improvviso, immobilizzava la propria espressione e bloccava ogni movimento. I bambini reagivano con sbigottimento, apparivano turbati ed assumevano atteggiamenti di protesta dimostrando, in questo modo, di avere aspettative riguardanti il loro rapporto con l’ambiente e di essere in grado di valutare la differenza tra le esperienze passate e quella attuale.





In una fase successiva dell’esperimento venne coinvolte altre coppie in cui i bimbi avevano sei mesi. Le interazioni madre/bimbo vennero filmate per un certo tempo prima dell’esperimento e le coppie vennero suddivise in due gruppi, in uno (A.) vennero inserite quelle in cui l’interazione aveva un carattere decisamente positivo, nell’altro (B.) quelle in cui le madri avevano difficoltà ad entrare in sintonia con i figli.
Emerse un fatto estremamente interessante: i bambini del gruppo A. reagivano all’immobilità della madre con un comportamento attivo, si muovevano ed emettevano borbottii guardando direttamente il suo volto alla ricerca di una risposta. I bambini del gruppo B, al contrario, rinunciavano subito al contatto e, pur turbati ed agitati, non prendevano alcuna iniziativa.
[1]

Dove l’interazione è buona ed esiste un’effettiva mediazione dell’intenzionalità e della reciprocità i bambini costruiscono già dai primissimi mesi un rapporto attivo con il mondo esterno.
“L’altro è percepito come qualche cosa che è possibile avvicinare e con cui si può entrare in contatto e il sé è percepito come capace di impegnare, di animare, di gettare verso l’altro un ponte”.


[1] L’esperimento è stato descritto da Downing nel libro Il corpo e la parola, Casa Editrice Astrolabio 1995

Jael Kopciowski

Scuola Materna per l'educazione dell'infanzia

n. 1 anno 93°

25 agosto 2005 ed. Editrice La scuola